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Economia

Gioco d’azzardo: SCIACALLAGGIO DELLA POVERTA’

 sciacalliAttraverso un marketing di Stato realizzato dai Monopoli  è stata messa in atto una vera e propria “costruzione industrializzata della dipendenza”

Nel seminario organizzato dalla Caritas a San Romano l’analisi del sociologo Fiasco: «Coinvolte fasce di popolazione sempre più ampie». Fabrizio, ex giocatore: «Spezzare la solitudine» di Elisa Storace

Ottantacinque miliardi l’anno, ovvero circa 1.300 euro pro capite ogni dodici mesi. È quanto, stando agli ultimi dati disponibili, ogni italiano butta via in 365 giorni per il gioco d’azzardo. Un giro d’affari che fa di lotterie e slot la terza “industria nazionale”, appena dopo Eni e Fiat. È per riflettere sulle conseguenze sociali di questi dati allarmanti che la Caritas diocesana ha organizzato, sabato 29 marzo presso la parrocchia di San Romano Martire al quartiere Tiburtino, il seminario di formazione intitolato “Gioco d’azzardo, indebitamento, usura”, rivolto a sacerdoti e laici attivi nelle parrocchie.

«Il gioco d’azzardo – ha detto introducendo il seminario monsignor Guerino di Tora, vescovo ausiliare per il settore Nord – non è qualcosa che riguarda la singola persona, ma, come emerge dai dati, qualifica piuttosto un problema sociale diffuso. La Chiesa non può quindi esimersi dallo sforzarsi di comprenderne le dinamiche, perché – ha proseguito – la comprensione del fenomeno è l’unico modo che abbiamo per provare a intervenire, tentare di prevenirne le dipendenze e cercare di aiutare con profitto coloro che ne sono affetti».

Le statistiche dicono che, a fronte di una spesa per tutto l’arco dei consumi che si attesta attorno agli 800 miliardi di euro annui, gli italiani investono quasi il 10% delle proprie finanze per l’azzardo, impegnando circa 70 milioni di giornate lavorative a grattare tagliandi, attendere estrazioni e giocare ai videopoker. Quello che più colpisce è in particolare il coinvolgimento al gioco di fasce della popolazione progressivamente sempre più ampie. «Fino alla fine degli anni ’90 – ha ricordato in proposito Maurizio Fiasco, esperto della Consulta nazionale antiusura e ricercatore su Sicurezza pubblica e gioco d’azzardo – l’attitudine molto contenuta all’azzardo era una caratteristica nazionale precipua: il risparmio qualificava i rapporti fra generazioni definendoci come il popolo di maggiori risparmiatori d’Europa, e, parallelamente, il gioco era considerato un disvalore».

Un tempo era la lotteria di Capodanno, il lotto il sabato e il totocalcio la domenica. Oggi invece, fra gratta e vinci, slot machine, scommesse on line e lotterie, gli appuntamenti sono diventati quotidiani. «I numeri odierni – ha spiegato Fiasco – sono stati raggiunti “arruolando” una popolazione che prima non giocava, offrendo vincite piccole ma reiterate, accessibili a tutti e immediatamente disponibili. Attraverso un marketing di Stato realizzato dai Monopoli – ha fatto notare il sociologo -, è stata messa in atto una vera e propria “costruzione industrializzata della dipendenza”, trasformando il gioco in un “prodotto per famiglie”». Il passaggio fondamentale, ha proseguito il sociologo, «è stato quello di portare il gioco nei quartieri e renderlo “normale”: un tempo i casinò erano alle frontiere, gli ippodromi fuori città e le bische pericolose; oggi le sale bingo hanno preso il posto di molti cinema e quasi in ogni bar c’è una slot machine, il che ha portato donne, anziani e adolescenti a “giocare” senza timore e, spesso, senza freni».

Una ideologia del gioco che, come ricordato da monsignor Enrico Feroci, direttore della Caritas diocesana, coinvolge soprattutto gli strati più poveri della popolazione: «Quando c’è un terremoto e qualcuno va a rubare nelle case colpite dai crolli comunemente parliamo di “sciacalli”. Ebbene, io credo che oggi ci sia uno sciacallaggio sulla povertà delle persone, che vengono indotte a giocare per risolvere i propri problemi economici. Come educatori – ha proseguito – noi sappiamo e diciamo che per ottenere qualcosa ci vuole sforzo, impegno e merito, ma forze molto agguerrite dicono invece ai nostri ragazzi che “basta la fortuna”». Di qui il motivo dell’incontro. «Lo abbiamo voluto – ha spiegato il direttore della Caritas – per scuoterci e prepararci, perché è importante sapere, e anche sapere alzare la voce contro questa povertà umana ed etica di cui in molti sono stati e sono tutt’ora complici, troppo spesso determinando dipendenze che strappano l’anima alle persone buttandole sul lastrico».

La testimonianza di Fabrizio, rappresentante dell’Associazione Giocatori Anonimi, ha chiuso l’incontro con un monito: «Io sono stato un giocatore dipendente per circa 30 anni, durante i quali ho vissuto di sensi di colpa, finzioni e grandi sofferenze. Poi, quando ho toccato il fondo, ho avuto la fortuna di incontrare l’Associazione. È stato allora che ho capito che il primo problema di chi è affetto da gioco compulsivo è la solitudine. Una solitudine che va spezzata, chiedendo e dando aiuto».

31 marzo 2014

http://www.romasette.it/modules/news/article.php?storyid=12462

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